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Buongiorno e buon mercoledì!

Dopo tanti fotografi è giunto il momento di estendere i mercoledì foodografici al campo dell’Arte.
A volte si gioca con il cibo per creare una composizione fotografica, altre volte lo si utilizza per dare un senso ad un progetto.
C’è chi vive la fotografia come elemento primario, c’è chi la utilizza come strumento al pari di una penna, di un pennello, di uno strumento musicale.

Sophie Calle unisce letteratura e fotografia ma, si può dirlo, è lei stessa contributo mutevole della propria opera, è in grado, infatti, di cambiare identità in ogni suo lavoro.
La sua ricerca concettuale inizia dopo il rientro a Parigi da un lungo viaggio (durante il quale si dedica alla fotografia); Sophie si ritrova sola, senza amici, senza lavoro e nulla da fare. Inizia così ad osservare in modo quasi morboso le persone che la circondano, fino al punto di inseguire sconosciuti per strada e annotando tutto ciò che accade.

In questa fase Sophie preleva dalla realtà fotografie e parole, componendo una sorta di reportage concettuale.
Ma ben presto il suo lavoro assume uno sguardo intimo, la Calle infatti, chiede a 26 persone di dormire, per 8 ore ciascuno, nel suo letto e scatta loro, ogni ora, una fotografia.

Come già detto, letteratura e fotografia, nell’opera dell’artista francese, convivono armoniosamente, un esempio importante (e finalmente si parla di cibo) lo troviamo nella collaborazione con lo scrittore americano Paul Auster, durante la quale si crea un doppio gioco:  “lo scrittore ha “vampirizzato” alcuni aspetti della personalità di Sophie per costruire il personaggio di Maria, che , come è ovvio, è frutto di una mescolanza tra spunti tratti dalla realtà ed elementi di pura finzione. La reazione di Sophie è sorprendente: sedotta da questo doppio di se stessa, ha deciso di giocare con il romanzo di Auster e di mescolare a sua volta le carte tra realtà e finzione.
Calle a quel punto non solo decide di obbedire al romanzo e “vivere alla lettera” il modello proposto dal suo alter ego, ma rilancia decisamente il gioco nella direzione della fiction. Non le basta aver tratto ispirazione a sua volta a quei lati di Maria che non erano già suoi (si è per esempio messa a seguire una dieta alimentare cromatica (Le régime chromatique): il lunedì mangiava solo cibi arancioni, il martedì solo rossi, ecc…); va quindi direttamente in cerca dell’autore per chiedergli di delineare la storia che lei avrebbe vissuto nei suoi prossimi 365 giorni di vita; l’artista si sarebbe attenuta ai gesti inventati per lei dallo scrittore, che però non ha voluto assumersi la responsabilità delle conseguenze che gli atti da lui dettati avrebbero potuto comportare, sottraendosi in questo modo alla realizzazione del sogno di ogni artista incarnato da Pigmalione, rinunciando cioè a dare vita reale a un personaggio nato nella propria immaginazione. Ma Auster non si nega completamente: egli fornisce a Sophie una sorta di manuale intitolato Istruzioni personali per Sophie Calle alfine di migliorare la vita a New York (perché lei me l’ha domandato…). L’artista ha rispettato le direttive ivi contenute, una delle quali consisteva nel creare un luogo pubblico: Sophie ha decorato una cabina telefonica e l’ha usata per servire del cibo. I risultati di questa operazione sono stati da lei annotati con minuzia: 125 sorrisi dati, 72 ricevuti, 2 sandwiches accettati, 10 rifiutati. Il progetto è documentato nel volume che s’intitola Gotham Handbook. New York, istruzioni per l’uso (1994)11, contenuto in Double Game, che da conto integralmente dell’esperienza di dialogo con Auster. (testo di Elisabetta Longari)

Il cibo è performance e gioco, l’artista veste gli abiti di un personaggio e lo vive in modo totalizzante. In questo caso Sophie si nutre di “colori”, la sua vita e l’arte combaciano perfettamente.

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